The Post e la lezione di democrazia di Spielberg

La storia dei Pentagon Papers diventa l'occasione per parlare del presente e della politica che si sente al di sopra della legge

The Post di Steven Spielberg

The Post di Steven Spielberg

Marco Spagnoli 17 gennaio 2018

Secondo chi scrive, per ragioni che sarebbe troppo lungo elencare anche per evitare un celebrazionismo sterile e, comunque, piuttosto inutile; Steven Spielberg è il più grande regista della storia del cinema contemporaneo.


The Post è un ulteriore indizio in direzione del provare questa tesi che vede protagonista il cineasta americano come uno dei grandi paladini della democrazia in America.


Film come Il Colore Viola, Amistad, Lincoln, ma anche opere più complesse quali Salvate il Soldato Ryan e Munich, nonché il capolavoro Schindler’s List, fanno parte di un percorso cinematografico in cui Spielberg esplora i fondamenti etici della democrazia, della sua necessità e delle sue ragioni. Nonché delle sue fragilità e debolezze dinanzi ad orrori e ostacoli apparentemente insopportabili.


The Post è un apologo dal sapore classico e di grande intrattenimento sulle ragioni fondanti la democrazia e sul labile confine tra potere e informazione. La storia è quella dei cosiddetti Pentagon Papers, ovvero uno studio segreto di diverse migliaia di pagine commissionato dall’allora Ministro Robert McNamara secondo cui era sempre stato evidente che gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto vincere la guerra in Vietnam e che tutti i Presidenti americani avevano scelto di restare nel Sud Est asiatico per evitare una perdita di prestigio degli USA nell’era della Guerra Fredda. Molte migliaia di morti dopo, un funzionario governativo decide di fotocopiare il rapporto top secret e farlo filtrare al New York Times che ingaggia una battaglia legale con l’amministrazione Nixon pronta a limitare la libertà di stampa offrendo i prodromi trumpiani del Presidente al di sopra della legge e della democrazia. Uno scontro titanico che ridefinì, nel 1971, il rapporto con la stampa e – più in generale – scavò un solco profondo nella coscienza dell’America dei diritti civili.


The Post, però, non parla esattamente di questo: o, almeno, non solo. Il punto di vista sull’evento è quello del ‘piccolo’ giornale locale Washington Post e della sua editrice, Kay Graham: una donna che aveva ereditato il quotidiano da suo padre che, anziché affidarlo a lei, l’aveva consegnato al marito. L’azienda di famiglia, però, sarebbe tornata nelle sue mani dopo il suicidio dell’uomo che era depresso e bipolare e Kay si sarebbe trovata, così, suo malgrado a gestirla in un momento molto complicato sul piano finanziario, costretta a dialogare e ad aprirsi a nuovi azionisti.


Così, nella scelta se pubblicare o meno il rapporto sul Vietnam ingaggiando una battaglia storica e senza precedenti con la Casa Bianca, Kay Graham, interpretata con mille sfumature da una Meryl Streep decisamente meritevole del suo ennesimo Oscar, si trova in un dramma dalle molteplici insidie, rischiando di perdere il suo patrimonio e la sua faccia, ma anche di mandare per strada le famiglie dei giornalisti e di tutte le persone che lavoravano per il Washington Post.


Da un lato la quiete e la sicurezza economica, dall’altro la difesa democrazia di cui, secondo Spielberg, i media sono i guardiani. Una scelta che – in un cinema celebrativo sarebbe banale con l’eroina di turno pronta a sacrificare tutto – mentre qui ci troviamo davanti ad un racconto introspettivo, in cui il dubbio di stare commettendo un gigantesco errore assale i protagonisti pronti, in compenso, a dare, comunque, battaglia, perché nessun altro, in seguito, sarà evidentemente più titolato a farlo. Il confronto tra Tom Hanks, direttore del giornale, e la sua editrice, quindi, diventa una collaborazione ragionata e drammatica sulle scelte non solo di una testata, ma riguardo un modo stesso di concepire e fare il giornalismo.


Entrambi i personaggi hanno la “macchia” di essere ed essere stati amici di politici: di avere cenato alla Casa Bianca e – addirittura – di dare feste invitando lo stesso Robert McNamara…in più, però, Kay Graham era una donna cui gli altri uomini non davano peso  al punto da parlare di lei come se non fosse presente ad ascoltarli.


In questo senso The Post diventa un film più profondo e toccante: è un racconto sull’emancipazione di una persona che, attraverso le sue scelte etiche, ridefinisce la propria identità a discapito di un’ingombrante visione mondana che era come un pregiudizio riguardo la sua personalità. La donna bella ed elegante diventa così un'emblema di una femminilità alla ricerca di riscatto, ma soprattutto pronta a fare la cosa giusta. A qualsiasi prezzo.


Un film di grande intrattenimento, pieno di momenti di divertimento e carico di tensione scritto dalla coppia Liz Hannah e Josh Singer. Quest’ultimo premio Oscar per un altro lavoro dedicato al giornalismo di inchiesta ovvero il Caso Spotlight, è un veterano del racconto del potere e dei media essendo stato sceneggiatore per la serie The West Wing. Risulta, quindi, evidente la volontà di esplorare il passato per raccontare il presente, prendendosela direttamente con un altro autocrate come Trump e con il suo disprezzo dei media di cui si sente al di sopra.


Un film importante sull’etica e sulla necessità di fare scelte sofferte, dove il coraggio viene premiato anche da qualcos'altro: il Washington Post, infatti, diventerà uno dei giornali più importanti del mondo grazie a questo confronto con Nixon che, uscirà, ulteriormente sconfitto qualche anno dopo dallo scandalo Watergate, scoperto, non a caso, ironia della sorte, proprio da due giornalisti del Washington Post.


Una celebrazione di come la stampa dovrebbe servire i governati e non i governanti che rappresenta, tra i tanti titoli visti quest'anno, la nostra scelta personale per il Miglior film dei prossimi premi Oscar.


 


 


The Post è nei cinema italiani il 1° febbraio distribuito da 01


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

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