Dogman: Una vita di giorni da cani

Dogman in concorso a Cannes e in sala con 01 è l’ultima grande sorpresa di Matteo Garrone che torna al passato per guardare al futuro

Marcello Fiore in una scena di Dogman

Marcello Fiore in una scena di Dogman

Marco Spagnoli 19 maggio 2018

Ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura di Dogman dodici anni fa: nel corso del tempo l'ho ripresa in mano tante volte, cercando di adattarla ai miei cambiamenti. Finalmente, un anno fa, l'incontro con il protagonista del film, Marcello Fonte, con la sua umanità, ha chiarito dentro di me come affrontare una materia così cupa e violenta, e il personaggio che volevo raccontare: un uomo che, nel tentativo di riscattarsi dopo una vita di umiliazioni, si illude di aver liberato non solo se stesso, ma anche il proprio quartiere e forse persino il mondo. Che invece rimane sempre uguale, e quasi indifferente.” Così Matteo Garrone presenta il film che, dopo la parentesi period de Il racconto dei racconti, lo riporta alle atmosfere “care” del passato, per dare vita ad un progetto che guarda inevitabilmente al futuro del suo cinema sospeso tra le suggestioni del Neorealismo e le pulsioni dei grandi maestri americani.


La storia del cosiddetto ‘canaro’ della cronaca di oltre un quarto di secolo fa, riprende una forma differente in una periferia non luogo, sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l'unica legge sembra essere quella del più forte. Qui troviamo Marcello: un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l'amore per la figlia Sofia, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l'intero quartiere. Dopo l'ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall'esito inaspettato.  Un film che nasce tra una liricità sognante di grande artista e, al tempo stesso, una concretezza post apocalittica che, sin dal trailer rilasciato oltre un mese prima di Cannes, fa sembrare il microcosmo del film un inatteso punto di incontro variopinto, umanamente vario tra una sorta di piccolo mondo di Don Camillo nuclearizzato e le suggestioni di Gomorra. Merito di Garrone, certo, ma anche dei suoi collaboratori come il pluripremiato costumista Massimo Cantini Parrini che per il personaggio di Simoncino interpretato Edoardo Pesce ha immaginato una tuta da ginnastica che viene portata come Darth Vader porta incutendo timore il suo costume o come i Nazisti indossavano le loro divise. Il montatore Marco Spoletini e il direttore della fotografia Nicolaj Bruel (alla sua prima opera con Garrone) lavorano come un perfetto ensemble per ricreare l’universo narrativo in cui ritroviamo tanti attori di talento che portano in dote la loro umanità complessa al racconto: Adamo Dionisi (Suburra), Francesco Acquaroli (Smetto Quando voglio, Sole cuore amore), Aniello Arena (Reality), Gianluca Gobbi, Nunzia Schiano.
Lo smarcamento dalla cronaca, così come è accaduto in Gomorra o prima ancora ne L’imbalsamatore, non è una scelta dettata dai consulenti legali, bensì dalla stessa sensibilità del regista “Credo che il compito di ogni opera d'arte sia quella di interpretare la realtà senza fermarsi all'imitazione. Ovviamente bisogna trovare gli equilibri 'giusti', evitando il compiacimento, tentando di essere veri, senza essere verosimili o leali. I film mi si chiariscono nella testa non appena inizio a vedere dei luoghi e a sviluppare un'idea figurativa sul come raccontarli.” Osserva Matteo Garrone che aggiunge “Il mio cinema è fatto alla ricerca di momenti 'unici'. Il mio confronto con una storia è 'totale', ma anche 'unico'. Non potrei mai tornare indietro su quello che ho già fatto. I momenti che ho girato sono per me irripetibili.” Il riferimento alla decisione di non girare la serie Gomorra appare, dunque, implicito, ma in più c’è anche la consapevolezza di affrontare il cinema dal punto di vista dell’artista e non solo da quello del narratore.


Una consapevolezza che Matteo Garrone si porta dietro da sempre: "Io vengo dalla pittura: nella pittura ad olio il quadro nasce da una sovrapposizione di colore dopo l'altra.  Attraverso strati di colore la tonalità veniva raggiunta come volevo io. Ma questo con il quadro sempre dinanzi a me e ai miei occhi. Il cinema, invece, è fatto scena dopo scena, costruendo giorno per giorno e non vedendo mai 'il quadro complessivo'. Puoi avere un'idea vaga, ma - alla fine - sei sempre bendato. Godard, infatti, diceva che l'essenza del cinema nasce dall'invisibile. Il cinema consolatorio non mi interessa. Anzi. Il cinema rappresenta l'occasione per pormi delle domande e fornire delle risposte tramite i personaggi che desidero raccontare. “ E non è, forse, un caso che Dogman sia nato in Campania come è accaduto per Gomorra e L’imbalsamatore “Un film è soprattutto un'esperienza visiva. Il vero privilegio sta poi nell'interrogare atmosfere e situazioni lontane da quelle della mia città. In questo modo posso esplorare dei luoghi che non conosco, inseguendo l'idea del viaggio.”


Un viaggio verso un'umanità spiritualmente diserbata che il cinema di Garrone, con un tocco metafisico finale, porta di fronte alla sua problematica pochezza.


Da non perdere.