La passione di Remo

Il regista Matteo Rovere riflette sulla genesi visiva e politica de 'Il Primo Re'

Il regista Matteo Rovere sul set de 'Il Primo Re'

Il regista Matteo Rovere sul set de 'Il Primo Re'

Marco Spagnoli 5 febbraio 2019



Il Primo Re di Matteo Rovere ha molti meriti. Ovviamente quelli principali riguardano il suo rapporto con il pubblico che da esso è intrattenuto ed ‘educato’ ad un racconto selvaggio e ferino, ma anche alla visualità magica di una favola diventata leggenda ancestrale.


La musica di Andrea Farri, violenta e solenne, epica e volutamente compassionevole nella sua costruzione  è la perfetta sceneggiatura emotiva di una storia fatta da uomini che provano a sfuggire al loro Fato e che, invece, ne sono -  forse, psicologicamente, forse religiosamente - succubi al punto di compiere inevitabilmente un atroce destino di morte e violenza.


E’ inutile dire che, alla fine, senza che sia – almeno speriamo – uno spoiler, che Romolo, alla fine, contro ogni previsione della vigilia, ucciderà suo malgrado il fratello amato Remo dedicandogli la città che andrà a fondare. Al tempo stesso, l’omicidio semi rituale che conclude l’epica di Rovere, è l’inizio di tutti noi, il prequel della nostra Italia in cui tra tremila anni i fratelli si uccidono tra di loro per un ideale, per il potere, ma forse, così per nobilitare la cosa almeno un pochettino, soprattutto per una differente visione del mondo che qui da noi è stata la regola sempre.


I Romolo e Remo di Rovere sono, dunque, due archetipi, perché nel loro rifiuto visivo della classicità ne costituiscono il fondamento ordinativo e la formazione sociale. Dal fango emergono la bellezza della santità come insegneranno poi San Francesco e Leonard Cohen, ma – soprattutto – la voglia di unire, di essere città, di ‘ordinare’ nel senso di portare norme e leggi in una terra governata dalla sopraffazione e la forza.


Ed è qui che la sceneggiatura di Rovere, Gravino e Manieri azzarda più della lungimirante fotografia di Daniele Ciprì che ricorda quella di Storaro in Apocalypse Now! Il dio pagano rappresentato dal fuoco che non si deve spegnere ‘ordina’ la costruzione della città, tracciando il destino di un manipolo di gaglioffi superstiti e trasformandoli in eroi. Tutto questo in barba alle leggi di Natura e alla sopraffazione di Alba Longa, oggi, associata pacificamente alla piccola Castel Gandolfo famosa per la residenza dei Papi, la vista sul lago e i ristoranti indimenticabili.


Per la prima volta, Rovere ci sbatte in faccia un gruppo di eroi che non hanno vergogna o ritrosia ad abbracciare violentemente il loro destino. Uomini e donne pronti a morire, perché qualcosa più grande di loro si compia, dimostrando, almeno cinematograficamente, di comprendere il senso ultimo del Tempo, meglio del politico medio italiano delle epoche recentissime.


Un film che emoziona ed esalta nel suo essere sfacciatamente capolavoro, ma anche oscuro e difficile, recitato in un latino inintelligibile perfino per chi aveva la media dell’8 al liceo e ha preso trenta all’esame di Letteratura Latina I all’Università.


Dettagli e quisquilie rispetto alla sorpresa di un film che insieme ad altri sta dimostrando come il cinema e la televisione italiana possano cambiare a patto che la gente ci creda almeno quanto ci abbia creduto Rovere insieme ai suoi attori e attrici su cui spuntano Alessandro Borghi e Alessio Lapice impegnati in due interpretazioni mai banali, muscolari e anche meditate.


Perché il racconto intimo è quello che sconvolge di più delle battaglie: la storia di due fratelli che debbono e vogliono diventare Re e fermare il caos, proteggere le persone e fondare il più grande Regno della Storia.


Dopo si chiamerà Impero, ma prima ancora sarà una Repubblica retta da un Triumvirato. Ma questo lo lasciano ai libri. Il più grande merito di Rovere è quello di avere dato lustro alla nostra leggenda e averci dato modo di essere orgogliosi del nostro passato, restituendoci una grande consapevolezza. Che alla base dell’ordine, della bellezza, della saggezza e della Civiltà c’è un omicidio. Il nostro peccato originale all’italiana da cui, troppo spesso, evidentemente non riusciamo a redimerci politicamente e antropologicamente.


Il Primo Re è una sorta di 'passione di cristo' laica per tutti noi Italiani.