La vecchia intervista di Joel Schumacher: Il cinema è una bugia

Una lunga intervista al regista scomparso a Hollywood all'età di 80 anni, scopritore di talenti come Matthew McCounaghey e Colin Farrel

Joel Schumacher (1940 - 2020)

Joel Schumacher (1940 - 2020)

Marco Spagnoli 22 giugno 2020
Come tradizione ricordiamo il regista scomparso Joel Schumacher attraverso le sue parole: quelle di una lunga intervista realizzata nel 2001 per l'uscita di 'Tigerland', film rivelatore del talento di Colin Farrell, che riproponiamo qui nella sua versione integrale.

Joel Schumacher è un regista di pellicole molto differenti se non addirittura distanti tra loro. Un  ex costumista per i film di Woody Allen e Paul Mazursky assunto nell’olimpo della regia hollywoodiana dopo il successo del tutto casuale di St.Elmo’s fire. Un autore apparentemente cinico, geniale nel suo continuo andare alla ricerca di un cinema se non nuovo, almeno diverso e a tratti volutamente sgradevole. Un autore senza peli sulla lingua e – soprattutto – in grado di coniugare anche di persona eleganza e antipatia, calorosità e professionalità. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione della presentazione del suo ultimo film Tigerland tratto dalla sceneggiatura di Ross Klavan e dedicato ad un campo di addestramento militare per la guerra del Vietnam nella Louisiana del 1971.
Un capolavoro per alcuni, inutile per altri. Emblema della dicotomia che sembra lacerare il cinema di Joel Schumacher tra disgusto ed entusiasmo, tra arte e showbusiness , tra cinema d’autore e pressioni commerciali.

Mr. Schumacher, da dove nasce l’esigenza di tornare ancora cinematograficamente in Vietnam con il suo film Tigerland?
Ero molto interessato dal raccontare la storia presente nel libro di Ross Klavan riguardante il suo addestramento a Tigerland nel 1971. Non ho mai pensato a questo film come ad una pellicola di guerra sul Vietnam. Ovviamente lo è in molte maniere, ma per me questa storia ha un significato più profondo. Per me è stata una sorta di viaggio emotivo alla volta del passato degli Stati Uniti. Riguarda la leva obbligatoria che in quegli anni ha portato molti giovani americani a morire in Vietnam. L’età media dei soldati americani in guerra era diciotto – diciannove anni rispetto ai venticinque della seconda guerra mondiale. Quando una ragazza a diciotto anni resta incinta diciamo che è troppo giovane, ma morire? Si può morire a diciannove anni per una guerra che nessuno di noi sentiva come sua?
Perché le interessa tanto il concetto della leva obbligatoria?
Per la sua casualità:  un giorno, mentre vivevi la tua vita venivi preso e spedito – in meno di due mesi - a migliaia di miglia a combattere una guerra di colonizzazione. Poiché l’autore ha vissuto questa storia, mi sono sentito motivato a girare questo film.
Tigerland è realmente esistita?
Sì è un pezzo di Louisiana dove i militari avevano ricreato lo scenario da combattimento che si trovava in Vietnam. Un posto maledetto dove sono morti decine di persone durante addestramenti durissimi. Un vero inferno che nella follia della guerra veniva considerato come un assaggio di quello che poi avrebbero vissuto in combattimento.
Lei è andato in Vietnam?
All’epoca vivevo in una comunità hippie il mio periodo di rock and roll, sesso facile e droga. Mi hanno lasciato perdere…
Che differenza c’è tra i giovani come lei che nel 1971 avevano l’alternativa tra la guerra e la vita e quelli di oggi che vanno in Afghanistan?
Non c’è un paragone possibile. Oggi la leva non c’è più e la tecnologia dà un’ottima mano a questi soldi che non sono più abbandonati a se stessi. Sono dei veri e propri professionisti. Del resto sono anche persone molto più anziane…
Perché le piace tanto raccontare la follia?
Forse, perché io stesso sono un po’ pazzo. In realtà vedo i protagonisti di Tigerland piuttosto come confusi e tormentati. Non tutta la gente che combatte nella vita è pazza o folle. Piuttosto penso che sia disorientata. Una cosa che capita a tutti nella vita. Non solo a chi si addestra per uccidere.
Cosa pensa dell’approvazione di cui gode George Bush?
Molte persone negli USA hanno reagito come si fa in ogni cultura, dove l’odio e la rabbia prevalgono. E’ tipico della storia americana che in un momento del genere le persone si stringano intorno al presidente, anche se questo si chiama George W. Bush, approvandone incondizionatamente l’operato. E’ la stessa cosa che è accaduta a suo padre. E solo l’anno dopo ha comunque perso le elezioni.
Qual è la colpa dell’America in questa storia?
La mancanza di informazione: prima dell’11 settembre negli USA ci si occupava pochissimo di quello che accadeva all’estero. Le storie che dominavano l’informazione riguardavano Gary Condit, un politicante che ha avuto una relazione con una stagista, poi scomparsa. Oppure con il libro scritto da Anne Heche sulla sua vita sessuale o ancora le nuove borsette estive…In questo contesto tutti ci sentiamo molto arrabbiati: perché non siamo stati informati prima di quello che accadeva in Afghanistan, di come i bambini lì muoiono come mosche?
Cosa le è piaciuto della sceneggiatura di Ross Klavan?
Ad affascinarmi è stato il fatto che non presentava la figura dell’eroe in modo convenzionale. Nei film americani gli eroi sembrano spesso nati tali, Bozz è invece pieno di dubbi, è un impulsivo. E’ un uomo come tanti che diventa grande quando riesce a controllare i propri istinti. In qualche maniera mi assomiglia nel suo lato sovversivo. Anche io a scuola non riuscivo a tollerare il senso opprimente di imposizione burocratica dell’esistenza. In molti film americani l'eroe o l'eroina sembrano nati in quel ruolo. Bozz invece è molto riluttante. La nostra natura è quella di salvare se stessi ma poi ci sforziamo di aiutare gli altri. Bozz è decisamente contro la guerra ma compie un sacrificio, sapendo che non tornerà, e parte al posto del suo amico che certamente non sopravviverebbe. Ma il suo è anche un sacrificio personale, che ha a che fare con la sua etica.Bozz legge un libro pacifista, però strappa il diario del suo compagno Paxton…
"Bozz legge E Johnny prese il fucile di Dalton Trombo, ma distrugge il diario perché quelle pagine parlano di lui come un eroe, e lui non vuole diventare una leggenda.
Ha parlato di alcune sue affinità con il personaggio Bozz…
Anch'io come Bozz ho avuto molte difficoltà nei confronti dell'autorità costituita, a scuola e fuori. Ancora oggi se vengo fermato dalla polizia devo sforzarmi di non rispondere alla loro prepotenza, soprattutto a Los Angeles dove i poliziotti sono particolarmente fascisti.
Lei ha girato film molto diversi tra loro...
Ci sono registi molto bravi a fare film sempre dello stesso genere, io sono affascinato dal tentare strade diverse. Ho cominciato facendo il costumista e ho salito tutti i gradini. Mi sono trovato a fare blockbusters con attori famosi, uno dietro l'altro, ma ho pensato che mi stavo perdendo e mi sono fermato a riflettere. Ho fatto 8mm - Delitto a luci rosse, Flawless e Tigerland con pochi soldi, pensando che fosse importante tornare ad una regia di base. Sono stato anche influenzato in questa mia decisione dal Dogma, da film come Le onde del destino, perché è un ritorno alla purezza del cinema. Ho girato Tigerland in soli ventotto giorni con una macchina in 16 millimetri a mano. Niente comodità, niente trucco, niente effetti speciali, niente stuntman, gli attori hanno dovuto fare da soli anche le scene più difficili.
Perché sente tanto la necessità di cambiare film?
Perché non sopporto gli attori e i registi che fanno sempre le stesse cose e il medesimo film. Ogni pellicola richiede uno stile diverso. In Un giorno di ordinaria follia richiedeva di fare sentire lo spettatore sulla stessa macchina con Michael Douglas, Batman aveva bisogno di un look da film tratto dai fumetti, Tigerland necessitava di fare sentire lo spettatore come se si trovasse proiettato nel 1971.
Dogma ’95: Cosa ne pensa?
Quando ho girato 8mm ero in Svezia e ho conosciuto molti dei produttori che ruotano intorno al progetto Dogma. Ovviamente avevo visto Le onde del destino e Festen e avevo letto molto. Io credo, però, che sia il contenuto a dettare la forma. Pellicole come Il paziente inglese o Il talento di Mr.Ripley richiedono uno stile molto glamour. Non si possono girare in sedici millimetri. O meglio, si potrebbe, ma non è certo quello il modo appropriato per raccontare una storia del genere. Tigerland è un film nato dallo stile di una persona che non ama parlare del suo passato, pur avendoci scritto un libro sopra. I reduci, in genere, così come i sopravvissuti alla Shoah hanno molta difficoltà nel raccontare il loro passato, perché sembrano non volere rivivere quel dolore.  La sua sceneggiatura odora di realtà. Molti film di Hollywood, invece, nascono dalle combinazioni e da strane alchimie: Pretty woman incontra Terminator. Questo, invece, è un film diverso che vuole assomigliare ad un documentario. Certo, sono rimasto impressionato dalla filosofia della purezza del Dogma.  Anche se Lars Von Trier ha dichiarato che si trattava solo di pubblicità, io non penso sia vero. I film Dogma sono stati molto interessanti.
Dal punto di vista del documentario da chi si è sentito influenzato?
Da Tiditicut Folies un documentario americano che raccontava la vita in un manicomio del Massachussets nel 1967 prima che lo chiudessero. Un film molto difficile da guardare, perché è molto disturbante. E’ una pellicola che si può vedere solo a piccole dosi. Eppure dal punto di vista cinematografico è estremamente interessante, perché prova ad affrontare la materia in maniera molto interessante. In molti film hollywoodiani la prospettiva della macchina da presa è quella di un proscenio per gli attori che recitano. In Tigerland abbiamo cercato di girare con due macchine da presa in modo che gli attori non sapessero mai chi li stava riprendendo davvero. L’operatore, così, diventa un altro attore nel film. Tutto è spontaneità senza trucco, parrucchieri, controfigure ed effetti speciali. L’unico elemento aggiunto è il sangue che gli attori portavano con sé in contenitori speciali.
A proposito di Phone Booth, è vero che aveva pensato anche ad altri attori?
Will Smith avrebbe girato il film con Michael Bay se quest’ultimo avesse accettato di farlo. C’è stato qualche pettegolezzo riguardante Brad Pitt, che avrebbe potuto benissimo farlo. Jim Carrey voleva tornare a lavorare con me, ma poiché il film è ambientato tutto in una cabina telefonica non se l’è sentita di stare per ottanta minuti chiuso in un film così claustrofobico. Mi ha mollato all’ultimo minuto…Così ho chiamato Colin…
Il suo cinema è diviso tra commedia e dramma. Perché?
Amo pensare che la maggior parte dei miei film sia divertente e che tutte le mie pellicole abbiano un po’ di humour. 
Anche in 8 mm?
Lì, no, ma non c’è tanto umorismo nemmeno nel mondo della pornografia e dei film snuff. Nell’arte ci sono solo due maschere: quella della commedia e della tragedia. Alle volte si assomigliano molto. Dipende dalle storie che desidero raccontare. Non mi piace incontrare soltanto l’aspetto leggero e divertente dell’esistenza. Ci sono già molte commedie in giro e io amo potere confrontarmi con la complessità dell’animo umano. Tutti abbiamo un lato oscuro e io desidero – alle volte – penetrare queste oscurità con il mio lavoro. In Europa voi avete il pregio di essere più disponibili a riconoscere l’esistenza di un lato oscuro sia nell’arte che nella vita. In America spesso si nega tutto ciò, pensando ad un mondo abitato solo da angeli e da cagnolini di pezza. Una cosa assurda. Una sorta di fascismo contro la realtà di quello che significa essere davvero degli esseri umani. Le persone si vergognano delle loro emozioni come l’essere competitivi o avere pensieri oscuri. Così mentono e fanno finta di essere altro tipo di gente. Io stesso mi sento attratto dalla zona oscura di molti film, perché li considero più interessanti.
E come si sono comportati sul set i giovani attori che lei ha impiegato?
Non cambia che siano esordienti o veterani. Devi metterli nelle condizioni giuste per far affiorare il loro talento. Il regista deve adattarsi alle esigenze e caratteristiche dei suoi attori.
Sembra molto orgoglioso di questo film bellico-introspettivo, essenziale e dai colori desaturati…
Lo sono, credo sia il film più onesto che io abbia mai realizzato
Cosa pensa del dibattito di registi e produttori come Oliver Stone, Woody Allen ed Edward Zwick riguardo come comportarsi riguardo la guerra?
Penso che dovrebbero stare zitti e basta. Sono dei registi, facessero dei film e la piantassero di parlare d’altro. Sono stufo di questi cineasti che parlano di cose che non li riguardano. Tornassero a fare il loro lavoro stando – possibilmente – zitti.
Che tipo di film dovrebbero fare?
Non lo so. Magari qualcuno che la gente abbia davvero voglia di vedere.
Un regista non dovrebbe potere esprimere le sue opinioni riguardo la politica?
Sì, credo di sì, ma non così. Non ho mai sopportato quelli che ritirano un oscar e fanno un discorso politico. Lo stesso anno quando Jane Fonda andò ad Hanoi e disse di non essere dalla parte degli Americani nella guerra del Vietnam, vinse l’Oscar per il film Una squillo per l’ispettore Klute . Al momento in cui le fu consegnata la statuetta, tutti si aspettavano che avrebbe fatto un discorso politico. Cosa che non è accaduta, perché Jane ha detto subito: “Non è questa la sede né il momento adatto per parlare anche se ci sarebbe molto da dire.” Ho molto apprezzato il suo comportamento. Lei stava ricevendo un onore da artista e non da politico. Anche io credo a questa regola: “Fai il tuo lavoro, stai zitto e non abusare del tuo ruolo…” E Jane Fonda era l’attrice più politicizzata di tutte.
Ma non crede che il ruolo possa aiutare a portare un messaggio?
Sì, certo, ma non so perché diffido molto di quelli che un giorno scrivono canzoncine d’amore pop e il giorno dopo si trasformano nel Mahatma Gandhi.
E’ preoccupato che un film come Tigerland esca adesso?
No, perché non tratta dell’11 settembre o dei Talebani. Ma di un’altra storia e credo che il pubblico sappia rispondere con intelligenza. Credo che il cinema non influenzi mai il pubblico, ma semmai il pubblico si influenza da solo.  
Possiamo dire che lei è un regista innamorato degli attori?
Sì, assolutamente. Se sei un pittore farai meglio ad essere innamorato dei quadri, perché ne avrai sempre intorno. Conosco molti registi anche tra i miei amici che non sopportano gli attori. E’ una follia…come si fa a lavorare così? Amo gli attori, perché sono la mia ispirazione. Costituiscono il veicolo attraverso cui racconto le mie storie. Certo, ho lavorato con tanti attori che non mi sono piaciuti come persone. Ma amo comunque il loro talento. All’inizio lavoravo con molti sconosciuti, perché io stesso ero uno di loro. Adesso giro film con le stars, ma all’epoca non sapevo che quei film che facevo sarebbero stati dei successi e che quelle persone sarebbero diventate delle stelle.
Sì, però i grandi nomi dei  suoi  film sono veramente tanti… basta pensare a St’Elmo’s fire dove ha lanciato attrici come Demi Moore e Andie McDowell e attori come Rob Lowe e Emilio Estevez…
E’ vero, ma posso garantire che è stato un caso. Cercavo solo di farmi una reputazione come regista e mantenermi. Sono stato fortunato che tutto abbia funzionato e che queste persone siano diventate delle stelle. Lo sarebbero diventate comunque… loro avevano comunque il talento e l’appeal delle stelle.
Ma le coincidenze non sono un po’ troppe?
Quando ho scelto Brad Renfro per Il cliente aveva solo dieci anni. Non era un attore professionista e i lo presi solo perché mi sembrava davvero perfetto per la parte. Avrebbe potuto fallire facilmente e io avevo già pronto un sostituto…l’unico dubbio era dove diavolo avrei trovato le parole per dire ad un ragazzino di dieci anni che lo avrei licenziato perché non era capace? Fortunatamente non è successo.
Poi ho "piazzato" Matthew McCounaghey nel ruolo di protagonista de Il momento di uccidere. Una parte che nessun attore famoso aveva voluto. Anche qui io non avevo né voglia, né interesse di lanciare uno sconosciuto. Pensavo solo fosse l’interprete migliore per quel ruolo. Quando ho deciso di girare Tigerland sapevo di doverlo fare con tutti attori poco noti, in modo che il pubblico pensasse di assistere ad un documentario. Il cinema diventa prevedibile con l’assegnazione dei ruoli. Se una stella famosa in un film fa l’avvocato sai subito che vincerà il caso, si beccherà la ragazza più bella e pure un sacco di soldi. Alla fine Celine Dion canterà pure una bella canzoncina. Questo è un cinema che non mi interessa. Con gli sconosciuti non sai mai quello che accadrà. E questo è molto eccitante. Del resto in America ogni anno abbiamo dei ragazzi e delle ragazze straordinari che vengono a Hollywood per questo mestiere. Così possiamo – ogni anno – incontrare centinaia di persone nuove che – in futuro – potranno perfino diventare famose o delle stelle.
Colin Farrel, come l’ha conosciuto?
Un vero e proprio caso. Ero a Londra per degli affari e il suo agente ha insistito tremendamente affinché l’incontrassi per Tigerland. Mi sembrava assurdo: scegliere un ragazzo irlandese sconosciuto per un ruolo da texano in un film di guerra…
Quando gli ho fatto il provino sono rimasto stupito. Non avevamo i soldi per fargli imparare l’accento texano con un maestro di dizione e – così – un mese prima delle riprese è andato in una fattoria in Texas a lavorare come garzone e ha imparato a parlare come i ragazzi di quelle parti. Adesso Colin dopo l’altro film con me Phone Booth sta lavorando con Bruce Willis, con Spielberg e Tom Cruise in Minorità Report e ha iniziato da poco le riprese del nuovo film con Al Pacino. Quel ragazzo farà più soldi di me e un giorno sarà lui a cercarmi un lavoro…
Parliamo un po’ dei suoi film: Flawless con Robert De Niro e Philip Seymour Hoffman?
Era ispirato dalla storia di un mio amico che dopo una serie di infarti ha dovuto prendere delle lezioni per la riabilitazione da questo handicap fisico. Parte di questo suo percorso riabilitativo prevedeva delle lezioni di canto. Qualcosa di cui non avevo mai sentito parlare. Volevo che fosse un film fondato sulle differenze. Mentre il personaggio di De Niro è venuto fuori abbastanza presto, l’altro mi ha dato molto da fare. Poi mi è venuta l’idea del travestito e così ho costruito una storia riguardo le differente etichette dell’essere uomini. Ho portato il copione a Bob De Niro e la prima cosa che mi ha chiesto è stata:”Quando vuoi iniziare le riprese?”.
Un giorno di ordinaria follia: la scena iniziale è una citazione di Otto e mezzo di Federico Fellini?
Sì, e l’ho fatto di proposito. Mi ha sconvolto il fatto che solo due giornalisti americani se ne siano accorti. Gli altri, forse, non l’hanno visto. In seguito i R.E.M. hanno girato il video di Everybody Hurts in cui tutti fermavano le loro auto sull’autostrada e in molti hanno detto che si erano ispirati a Un giorno di ordinaria follia. Anche loro non devono avere mai visto Otto e mezzo…
Ragazzi perduti: sono vere le voci di un seguito?
Sì, perché la Warner Bros. ha sempre voluto che io lo girassi, anche se non mi ci sono mai dedicato. Ovviamente qui non si tratta di Nightmare con Freddy Kruger. I ragazzi perduti del film sono tutti morti e il seguito unico possibile è Ragazze perdute, perché credo che vedere delle ragazze vampire motocicliste sarebbe molto divertente. Potrei esserne il produttore esecutivo, ma non certo il regista.
Batman forever: parliamo di Val Kilmer?
Gli sono molto grato: ha accettato subito il ruolo di Batman quando gliel’ho proposto e ha accettato di andarsene quando l’ho mandato via. Mi ha fatto due favori in cambio di tanto dolore e antipatia. Credo che dovrebbe farsi curare, perché ha bisogno di aiuto. Non sono solo io a dirlo e – come direbbe Groucho Marx: “Se dieci persone ti dicono che sei morto, sdraiati.”
Batman & Robin: è ancora deluso?
Mi dispiace come il pubblico lo ha accolto. Forse mi posso rimproverare qualcosa, perché non amo molto i seguiti. Purtroppo devo dire di non avere saputo relazionarmi per bene con la pressione della Warner Bros. che riguardava i giocattoli e tutti gli sponsor della pellicola. Volevano che facessi un film per bambini, guardando al box office. Mi spiace per come è andata, ma non è solo colpa mia.
Farebbe il quinto film di Batman?
E’ difficile rispondere. Direi di sì, riguardo le condizioni. Ma – per come vanno le cose – mi sembra che non sia facile.
Con Bono degli U2 tra i suoi protagonisti?
Sono molto amico di Bono e volevo per lui un ruolo in Batman forever, ma non abbiamo trovato una parte che gli si adattasse bene.
Perché lei dichiara spesso di volere seguire i propri sogni?
Perché nel 1971 ai tempi di Tigerland avevo problemi di droga e vivevo da sbandato in una comune. Sono partito per Hollywood con una montagna di debiti, vivevo in un appartamento senza televisione, telefono, radio e non sapevo guidare. A Los Angeles se non hai una macchina non vai da nessuna parte. La mia carriera è stata un miracolo.
Cosa pensa della sua fama di rompiscatole troppo onesto?
Penso che dire bugie faccia perdere tempo a tutti. In un mondo di bugiardi e di mezze verità come quello di Hollywood preferisco essere onesto. Il cinema è bugia, e non importa quanto realista possa sembrare resta un’illusione. E questo è il massimo di menzogna che posso sopportare nella mia vita. Per il resto non mi interessa quello che le persone pensano di me se significa che io debba cambiare qualcosa di troppo.
Ho letto ogni tipo di recensione da: “E’ un genio” a “Andiamo ad ammazzarlo”. Ovviamente mi piace pensare che la gente mi ami, ma solo per quello che il mio cinema le offre. Ad ogni modo le critiche personali non mi interessano. Quando è morta Madre Teresa ero in macchina e guidavo verso casa. Ascoltavo la gente che la ricordava e qualcuno si permetteva di parlarne male.  Ho fermato la macchina e mi sono detto: “Joel Schumacher qui parlano male di una donna che aiutava i lebbrosi e ha sacrificato tutta la sua vita per i bisognosi…” Penso di fare parte di un gruppo di persone troppo pagate, troppo privilegiate e troppo pubblicizzate e amate. Penso che qualcuno farebbe meglio a tacere…
Non è strano il fatto che Tigerland esca nei cinema italiani nello stesso periodo in cui viene proposto al pubblico Apocalypse Now Redux? 
Non metterei i due film nella stessa categoria. Parlano entrambi di Vietnam, ma Apocalypse Now è uno dei più grandi film della storia del cinema. E’ uno straordinario capolavoro. Io sono – come le dicevo – molto orgoglioso di Tigerland, ma Apocalypse Now – Redux è un’altra cosa.
La nuova versione, però, è più capolavoro della precedente…
Sì, forse. Ma lo era anche prima. Vede, se anche aggiunge qualche persona in più sulla volta della Cappella Sistina, rimane sempre la Cappella Sistina…