Renato Pozzetto si racconta: "È stato il piacere del surreale a definire la nostra modernità"

L’attore ha ricevuto un Nastro D’Argento speciale per la sua interpretazione in Lei mi parla ancora di Pupi Avati

Renato Pozzetto

Renato Pozzetto

Marco Spagnoli 25 giugno 2021

“Ho deciso tutto molto in fretta. Quando mi ha chiamato Antonio Avanti una mattina per comunicarmi la sua offerta ho dovuto quasi discutere con lui e Pupi per avere la sceneggiatura in anticipo. Volevano che la leggessimo insieme, ma io preferisco sempre studiare da solo le cose che mi riguardano. E’ arrivata la sceneggiatura, l’ho letta, mi sono molto emozionato, l’ho riletta e pur avendo dubbi su cosa avrebbe pensato il mio pubblico di vedermi in un ruolo drammatico, ho deciso di accettare. Il giorno dopo sono arrivati a Milano e insieme abbiamo capito che l’unica maniera per rendere al meglio questo personaggio era presentarmi in maniera onesta sul set nei confronti di questo ruolo.” Vincitore di un Nastro D’Argento speciale assegnatogli dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici presieduto da Laura Delli Colli, Renato Pozzetto guarda al suo lavoro con la pacatezza che ha sempre contraddistinto oltre mezzo secolo di carriera. Un Nastro d'Argento speciale che sigla, di fatto, l'omaggio all'intensa interpretazione del film di Pupi Avati Lei mi parla ancora dal libro autobiografico di Giuseppe "Nino" Sgarbi. Pozzetto ha dimostrato un registro drammatico e toccante dopo quasi mezzo secolo di film interpretati - 75, proprio come gli anni che i Giornalisti festeggiano in quest'edizione - a volte anche diretti e sceneggiati, sempre, però, fino ad oggi nella commedia. “Era una storia che mi piaceva e così mi sono buttato a capofitto in questo personaggio. Devo dire che Pupi è stato molto affettuoso: più volte sul set mi ha fatto dei complimenti sinceri e questo mi ha aiutato a capire che mi trovavo sulla strada giusta.”

Ricevere un premio come questo che effetto fa?

Ogni film che va bene è un premio: noi lavoriamo per il pubblico. Più gente va al cinema meglio è per tutti: attori e produttori. La notorietà è un toccasana per le carriera e per il successo.

Cosa ha significato recitare per lei nella sua vita?

E’ una cosa molto strana da spiegare: io non ho mai fatto fatica a recitare. Ho aggiustato il tiro è vero, ma ho sempre recitato come mi veniva, come sentivo giusto fare. Certe volte durante le prove vedevo dei miei colleghi bravissimi cercare il tono, lavorare disperatamente sul ruolo… a me, invece, è venuto sempre tutto fuori in maniera spontanea. Anche quando facevo il Cabaret…sarà stata la voce… il modo non so.

Abbastanza unici…

Io sono io: sempre. L’ho capito prendendo il taxi quando l’autista, magari è girato davanti tu gli dai l’indirizzo e quello si volta chiedendomi “Lei è Pozzetto?” Come dire. Basta anche il nome di una via ed un numero civico per farmi riconoscere. Sono stato fortunato nell’avere sempre avuto un modo ‘gradito’ per comunicare le emozioni.

C’è stata un’evoluzione in questo mezzo secolo?

Aggiustamenti sì, emozioni no. Sono sempre stato tranquillo di riuscire a raggiungere il pubblico e dargli delle emozioni.

E’ difficile avere successo per così tanto tempo…

Sì, lo è, ma anche quando facevamo Cabaret con Cochi avevamo sempre l’affetto del pubblico…divertivamo tutti anche modernizzando canti popolari.

Chi sono i suoi maestri?

Enzo Jannacci, Dario Fo, Giorgio Gaber che incontravamo in una galleria d’arte notturna. Non erano, però, solo cantanti o attori quelli che frequentavamo: erano soprattutto artisti come Piero Manzoni e Lucio Fontana, pittori, intellettuali di una Milano mitica che non c’è più. Cantavamo nelle osterie, nelle gallerie d’arte ai vernissage…sono diventati tutti amici. Con loro passavamo le vacanze insieme a Cesenatico. E’ stato un colpo di fortuna potere frequentare l’Oca d’oro in zona Porta Romana. Dietro il bancone c’era appesa una copia di Guernica di Picasso. Una dichiarazione di intenti appena entravi nel locale…questo dice tanto. L’oste era un anarchico che insieme al Maestro Gino Negri ci aveva organizzato una tournée nei circoli operai per canti di libertà e di lavoro.

Qual era il tratto che vi univa?

Il gusto per il surreale. E’ stato questo piacere del surreale a definire la nostra modernità.

Noi abbiamo sempre proposto cose che divertivano prima noi per poi divertire gli altri.

Quali qualità si riconosce?

Non lo so. Forse avere a che fare con artisti ci ha insegnato ad avere coraggio. Io e Cochi abbiamo aiutato Piero Manzoni a srotolare il chilometro di carta dove lui ha dipinto la sua ‘striscia’. Frequentare gente di un certo tipo ci ha aiutato a diventare come siamo stati.

Qualche amico le manca più di altri?

I nostri grandi amici se ne sono tutti purtroppo andati: Gaber, Lauzi, Toffolo,  Andreasi, Jannacci…le nostre mamme che erano donne di casa li trattavano tutti come figli.

Eravamo tutti fratelli, perché tutto era nato sotto un buon segno.

Non mi ha citato nessuna donna…

Perché non ce ne erano

Mariangela Melato?

Beh, il caso di Mariangela è diverso. Io l’ho incontrata prima del Giamaica di Brera. Quando l’ho incontrata la prima volta lavorava alla Rinascente: entrambi ballavamo bene al rock and roll ed essendo bravi ci facevano entrare gratis. Poi l’ho rivista con Dario Fo eppoi abbiamo fatto il mio film da regista Saxophone, ma non è andata molto bene…

Mentre fa zapping e incontra un suo film cosa fa?

Mi fermo poco: non mi piace riguardarmi. Non ha senso.

Se dovesse dare un consiglio ad un ragazzo che vuole fare l’attore?

Credere in quello che si dice e scommettere sulle cose più complicate. Bisogna fare navigare la propria fantasia per mettere in moto quella degli spettatori. Bisogna rifuggire la volgarità: alle volte sento dire delle cose e penso che non sia possibile che chi le dice non si vergogni.