Hollywood: quando la fiaba è molto meno interessante della realtà

In Hollywood, Ryan Murphy racconta storie di conquiste di diritti civili grazie al cinema. Che, però, non sono mai avvenute.

Hollywood in streaming su Netflix

Hollywood in streaming su Netflix

Marco Spagnoli 11 maggio 2020

C’era una volta Hollywood e c’erano una volta i film della serie Missing in Action con protagonista Chuck Norris in cui un reduce del Vietnam tornava in azione per salvare i suoi commilitoni dimenticati dietro le linee nemiche e  - diciamocelo francamente – prendersi una rivincita, almeno al cinema, sugli odiati ex nemici.


Onanismo di celluloide post reaganiana in cui la Mecca del cinema oltre a riscrivere la storia, faceva la sua a livello di B-Movies, per dare un colpo finale alla Guerra Fredda che – a livello di grandi produzioni – provava a fare lo stesso con titoli come Aquila D’Acciaio, Top Gun, Rambo 2 e 3, Trappola in Alto Mare, etc. etc.


Film spettacolari, a tratti, perfino divertenti, ma che non pretendevano di insegnare nulla a nessuno e che, alla fine, oltre a celebrare la nuova politica espansionista americana, gettavano le basi per una nuova fiducia nell’apparato bellico nazionale.


Con Hollywood, in streaming su Netflix, il creatore e regista di Ryan Murphy (Nip Tuck - Glee, American Horror Story, Feud) prende, forse, idealmente spunto da questo approccio e riscrive la peraltro drammatica storia del cinema americano, concentrandosi sui diritti civili e dando vita ad un’ucronia che lascia decisamente sorpresi, quasi al livello di Troy di Wolfgang Petersen quando vediamo proseguire il racconto dell’Iliade ben oltre il testo di Omero.


Sulla scorta del Tarantino di C’era una volta a Hollywood e della sua cinefilia estrema, anche Murphy decide di riscrivere la storia della Mecca del cinema, in chiave, però, ancora più sorprendente perché infarcisce la narrazione di lotte per i diritti civili e di conquiste sociali che rendono più amara la sua visione, perché anziché avvenire – come ci racconta – negli anni Cinquanta, sono cose avvenute oltre mezzo secolo più tardi oppure non si sono mai verificate.


Difficile raccontare la trama senza fare degli spoiler, ma basti dire che tutto quanto ruota intorno ad un film inesistente intitolato prima Peg eppoi Meg, che prendendo spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto legato ad un'attrice suicidatasi lanciandosi dall'Hollywood sign che domina parte di Los Angeles, viene utilizzato per diventare l’emblema di un cinema diverso in cui troviamo attori realmente esistiti come la sino americana Anna May Wong e Rock Hudson, mescolati a personaggi inventati. Un’operazione simile a quella dei Fratelli Coen in Ave Cesare, dove, però, a fronte di nomi inventati tutto quello che veniva raccontato – o la sua maggio parte - era vero. Murphy quindi si spinge oltre e in queste prime sette puntate della Stagione 1, segue alcuni aspiranti attori, registi e sceneggiatori nella loro scalata verso il successo, infarcendo il racconto di grande retorica e motivandolo con la frase secondo cui in America ‘è il cinema a potere cambiare davvero le cose’.


Anche se chi scrive pensa che questa frase sia in un certo senso vera, la necessità di raccontare la Storia così come sono andate le cose con poche concessioni alla fantasia sfrenata non deriva dall’essere bacchettoni, ma dall’obbligo morale nei confronti di tutti coloro che hanno profondamente sofferto delle discriminazioni. Se fosse solo un apologo, Hollywood, per quanto discutibile sul piano del mordente, risulterebbe almeno esaltante. Con il suo giocare con la storia e sfruttare persone vere per raccontare cose mai accadute, ecco che si fa un vero torto ai dieci di Hollywood, a tutti quelli che furono estromessi dal loro lavoro durante la caccia alle streghe del Senatore McCarthy, a tutti gli asiatici, ispanici e – su tutti – neri che furono rifiutati dal cinema americano e cui, al massimo, fu concesso qualche ruolo da cameriera come la Hatti McDaniel che tutti ricordiamo in Italia per il vergognoso doppiaggio fascista del personaggio di Mami in Via col Vento.


A fronte di questa imprecisione storica, bisogna, però, riconoscere il merito a Ryan Murphy, uno degli autori di televisione di primo livello di questa nuova epoca d’oro della Tv, di avere riportato al grande pubblico la storia di segregazione de facto che le minoranze subivano negli USA anche dopo la Seconda Guerra Mondiale.


Peccato solo che raccontare le cose come andarono realmente, invece, avrebbe mostrato le stesse angherie e sopraffazioni senza offrire al pubblico, un racconto consolatorio e con tanto di lieto fine che, invece, all’epoca non ci fu e che solo grazie all’impegno di tanti e di un nuovo tipo di cinema le cose iniziarono davvero a cambiare.


Resta da dire che l’America dei diritti civili deve più a Rosa Parks, la donna nera che rifiutò di andarsi a sedere sull’autobus in un posto previsto per la "gente di colore", anziché a Hattie McDaniel che pur vincendo l’Oscar (la prima volta per un nero) per la sua interpretazione in Via col Vento non fu fatta sedere né in sala, né alla cena con i suoi colleghi bianchi.


Come dire: per quanto il cinema influenzi la Cultura, il mondo è cambiato da chi lotta in prima persona. Speriamo, dunque, che nella seconda stagione di Hollywood vedremo quindi raccontare la storia dell’ebreo, l’attore discriminato, Issur Danielovitch, che conquistando un ruolo da produttore, spezzò la lista nera di Hollywood dando credito a Dalton Trumbo della sceneggiatura di Spartacus, fregandosene di quello che gli sarebbe potuto accadere.  Questo sì che fu un atto di coraggio per qualcuno che davvero avrebbe potuto rimetterci tutto: la carriera, la produzione, le conquiste ottenute da 'figlio di mercante di stracci' come lui stesso si definì in una famosa autobiografia.
Parlando di lieto fine, poi, Issur è morto qualche mese fa a 104 anni adorato da tutti e se c’è una cosa che Ryan Murphy avrebbe dovuto imparare che anche a Hollywood la realtà supera sempre la finzione ed è per questo che è meglio seguire la prima che provare a giocare la seconda, lasciando credere che gay, neri, asiatici e ispanici siano stati tutelati da paladini, mai esistiti.
Del resto nessuno sceneggiatore avrebbe, infatti, saputo o potuto inventare una carriera perfetta e una vita straordinaria come quella di Issur e del suo alter ego cinematografico: Kirk Douglas...