L'ultima Missione, ossia quando la saga di James Bond ha sempre meno senso

Il paradosso di una sceneggiatura melò mescolata, ma non troppo agitata da una regia travolgente, lasciano auspicare che No Time to Die sia l'ultimo film della serie di James Bond

Daniel Craig in No time to Die

Daniel Craig in No time to Die

Marco Spagnoli 3 ottobre 2021

Sullo scorrere dei titoli di coda dell’ultimo 007 che arrivano dopo circa due ore e quaranta di film i sentimenti dello spettatore sono sinceramente “confusi”. Al di là di una trama irreale e romantica come tanti altri film della serie di James Bond, puntellata da costanti colpi di scena, il pubblico colpito a tradimento da alcuni dialoghi da soap opera tanto letali quanto inattesi si accorge in maniera altrettanto inaspettata della fragilità dell’intera operazione cinematografica.

L’ultima puntata di questa lunghissima serie, forse, oltre a segnare la fine del ciclo dei film interpretati da Daniel Craig offre uno spunto di riflessione più amaro, ovvero che probabilmente non ha davvero più senso proseguire in questa franchise e che il personaggio, almeno così come lo abbiamo visto, ha fatto il suo tempo come è già accaduto ad altri eroi cinematografici del passato, forse, non altrettanto illustre, ma rilevante come i personaggi di John Wayne e Tom Mix o come Fantomas. Una considerazione che non nasce tanto dalla sceneggiatura che sembra un carosello di assurdità ben mimetizzato da una patina emozionante e romantica, ma dalla constatazione che a dispetto degli sforzi di tutti, di un protagonista convincente, di un personaggio affascinante, di una produzione generosa è, forse, arrivata la necessità di scrivere solo la parola  “fine” al termine del rullo di coda dove campeggia il tradizionale mantra ‘James Bond ritornerà’. Con quale attore, attrice (?) potrebbe accadere è ancora presto per dirlo, così come anche “quando”. A dispetto delle rassicurazioni scritte la domanda resta: ha davvero senso? Quello che sembra chiaro è che, forse, dopo sessant’anni, sei attori, e 25 film legati all’eroe di Ian Fleming, il mondo di oggi – come è riconosciuto nel film - è troppo “confus”o per avere ancora bisogno di un eroe come 007.

La troppa concorrenza cinematografica dalla saga di Jason Bourne a Mission Impossible ha, forse, eroso visivamente il terreno sotto i piedi di questo personaggio che l’attore Daniel Craig ha, però, sempre interpretato con una melancolica ed apprezzabile dedizione, riuscendo ad essere originale e al tempo stesso fedele ad alcuni tratti donati al personaggio dagli attori precedenti.

Ma se i film del passato, oggi, ci sembrano spettacolarmente superati da una modernità smaliziata e ossessionata dal realismo, quest’ultimo film colpisce per il suo essere inattuale con un pastiche melò degno delle catene di Raffaello Matarazzo mescolato, ma non agitato a sufficienza da un racconto visivo emozionante fatto dal regista Cary Joji Fukunaga, che encomiabilmente tiene desta l’attenzione genuina del pubblico a dispetto di una trama fedele all’illustre tradizione bondiana fatta di nemici psicopatici e di basi da cui distruggere il mondo.

Il tempo degli eroi di questo tipo è, forse, finito? La ‘normalizzazione’ politicamente corretta di 007 ha sicuramente dei lati positivi sul piano sociale, ma è anche il termometro di un personaggio che, forse, cinematograficamente ha meno senso di quanto, invece, lo ottenga sul piano economico visto il successo al Box Office. Messo da parte il machismo, redento dall’alcolismo letterario del Bond dei romanzi, circondato da amici e colleghi scelti in base alla diversity, James Bond dimostra di avere servito bene Hollywood divertendo a lungo gli spettatori più di ogni altra serie cinematografica, ma anche che la serie, a dispetto delle rigenerazioni, è esausta per colpa della tradizione e della scarsa credibilità delle situazioni.

Va detto, però, ad onore del vero che i due ‘segmenti’ iniziali del film in Italia e a Cuba sono particolarmente riusciti sul piano cinematografico. Mentre il secondo è impreziosito dalla presenza divertente e carismatica della cubana Ana De Armas negli eleganti abiti di una svampita, ma efficiente agente segreta, il primo è uno dei migliori momenti dell’intera saga di 007. Visivamente spettacolare la produzione esecutiva di Enzo Sisti ha donato al film la possibilità di inseguimenti live action spettacolari ed emozionanti, in un contesto di grande bellezza e fascino, con il momento migliore del film in cui i segreti che interessano all’agente dell’MI-6 non sono quelli di una potenza straniera, ma quelli della donna che ama da cui dipendono i suoi sentimenti e – in un certo senso – la sua felicità. Romanticismo e violenza si mescolano in un momento d’azione che richiama alla memoria le stragi di Mafia e che tengono davvero sulle spine lo spettatore.

Insomma, un film da vedere e che – non facendo caso troppo alle parole e al susseguirsi delle situazioni e delle incongruenze – potrà perfino divertire e commuovere, con il dubbio che la dipartita cinematografica di Craig segni un ulteriore dilemma per una serie che dopo avere segnato a lungo il tempo dell’immaginario collettivo, oggi, diventa come una tradizionale festa di famiglia cui tutti partecipano con ardore, più per inerzia che per genuina passione.

L’arco romantico e personale del James Bond di Daniel Craig si conclude con uno dei film migliori della serie, certamente più riuscito del soporifero Spectre, ma meno viscerale del sopravvalutato Skyfall, ma paradossalmente, nonostante tutto l’impegno e la buona volontà da parte di tutti, ci fa anche pensare e, forse, perfino ‘sperare’ che la saga di 007 possa davvero terminare qui in un’isola tra Russia e Giappone, misteriosa come quella del Dr.No, di Licenza di Uccidere dove un giovanissimo Bond - Sean Connery incontrava un’indimenticabile Ursula Andress e con l’immagine iconica di un’Aston Martin su una provinciale del Sud Italia.